sabato 4 settembre 2010

Parlare di arancine a Favignana, con i Saccardi


(Minima moralia)
L'ultima volta che mi ero trovato di fronte ad una conversazione del genere, come un bambino che osserva la magia dell'acquario dall'altra parte del vetro, appoggiandovi il naso e lasciando l'alone, mentre i pesci nuotano contenti della loro futilità, era stato dentro una sgangherata Renault Quattro, il cui color amaranto trascolorava nella ruggine, e viceversa. Mentre risalivamo la calle Bailèn, la Diagonal, la calle Augusta, attraversando i quartieri signorili del nord, per spingerci fino a Vall d'Hebron, dal cui campo di calcio polveroso, incastonato tra una palma moribonda e una nostalgica insegna pubblicitaria della Kas Limòn, si poteva osservare Barcellona per intera, con le ciminiere del cinturione industriale e la Sagrada Familia, una città che sembrava una stanca prostituta stesa sul letto, con la sigaretta in bocca e il mare a farle da cuscino, i quattro argentini stipati insieme a me nella Renault Quattro non interrompevano mai la stessa conversazione portata avanti sin dall'inizio del viaggio. Il tema era solo un dettaglio insignificante, l'importante era il tono appassionato da tertulia in un caffè di inizio novecento, l'inclinazione dolce della voce, la consapevolezza, come in una partita di Trivial Pursuit, di non aver nulla da guadagnare con il riconoscimento finale di "avere ragione", e per questo la "necessità" di  rivestire i propri argomenti della massima serietà possibile, il desiderio di ballare con l'interlocutore, come se le parole fossero le note di un tango di Gardèl, o magari di una ranchera di Chavela Vargas. Ricordo in particolare una infinita discussione sull'Aquarius, un integratore energetico all'epoca da poco immesso sul mercato, che all'osservarli dall'esterno, senza comprendere esattamente la lingua, e con il finestrino leggermente aperto, chiudendo gli occhi per un attimo, ci si poteva immaginare seduti ad un caffè sul rìo de la Plata, in compagnia di Borges, Galeano, Cortàzar e Soriano, il fernando in mano e il vento salato del mare a scompigliare i capelli. Ma in realtà era molto meglio, perchè al diavolo la letteratura, alla fine del viaggio si giocava a pallone, e quegli argentini ti sapevano mettere davanti al portiere con dei tocchi metafisici che dubito quegli scrittori abbiano mai annoverato tra le loro qualità.

Allo stesso modo, seduti intorno al tavolo da pranzo di Laura, in attesa di compiere il rituale dell'ingozzamento di pasta alla norma (diremo alla norma per semplificare, in realtà era una pasta mitopoietica, quasi cinque paste contemporaneamente, un'opera complessissima e dolcissima, l'equivalente gastronomico un disco dei Broadcast), i quattro Saccardi discutevano animatamente di arancine a Palermo. Suggestionati dalle arancine locali incontrate a Favignana, unanimamente riconosciute di notevole livello, e sollecitati dal mio personale ricordo di una gita estiva all'epoca delle scuole medie, quando passammo una settimana in un convento di suore di un paese sperduto tra le montagne palermitane e la modernità e, soprattutto, scoprimmo il bacio caldo di un'arancina alla carne appena sfornata dal bar sulla piazza quando sta per tramontare, i Saccardi si trovarono coinvolti in un'accesa disputa su quale fosse la migliore arancina della loro città. Al di là del contenuto -per me, non conoscendo Palermo, ripieno come un calamaro di indistricabili dubbi che mi porterò dietro fino alla prossima visita a San Giovanni degli Eremiti (è davvero così buona l'arancina del bar Scimone, o è meglio quella del bar Rosanero? Ma il bar Scimone può partecipare a questa competizione pur essendo, in realtà, una pasticceria? E anche il fatto che fa solo poche arancine al giorno, che se vai il pomeriggio già non le trovi, non lo squalifica dal gioco? Non dovrebbe allora poter partecipare, e probabilmente vincere, anche la madre di Marco, che la sua quarantina di arancine all'anno comunque le sforna? E le arancine che i grandi chef palermitani offrono ai catering, valgono? E perchè è così decaduto lo storico bar Alba?)- l'aspetto godurioso era per me sentire parlare i quattro giovani artisti e ritrovare, nell'atmosfera che affumicava i loro discorsi languidamente vuoti, lo spirito di quei viaggi sulla Renault Quattro, delle conversazioni dei quattro argentini, di -che casualità- quattro anni fa, e aggiornare quello che una volta mi disse a Madrid l'amico Fernando: ti immagini cosa deve essere Buenos Aires, una città piena di argentini che parlano tutto il tempo del nulla? Me lo immagino, così come ora posso immaginarmi cosa deve essere Palermo, quando scatta l'ora dell'arancina.

L'Argentina, come la Sicilia, sono posti estremi. Il sud, almeno da un punto di vista letterario, sempre lo è. I Saccardi lo sanno e questo estremismo lo cavalcano, lo deridono, lo rispettano. Da Trapani a Palermo, neanche cento chilometri di distanza, ho contato una decina d'incendi ai due lati dell'autostrada. Il fuoco lambiva i campi, le montagne, le case, ma mi dava come l'impressione che fosse una cosa normale, che la gente non ci facesse troppo caso. Probabilmente, seduti intorno ad un tavolo, sequestrati dal profumo delle melanzane che friggono, erano tutti troppo intenti a parlare di arancine per poter chiamare i Vigili del Fuoco.

Questo estremismo esistenziale, questo gusto macabro per i contrasti, questo culto dello sfogo, ultima risorsa dei disperati, convertito in genere artistico, è finalmente visibile anche a Favignana, luogo altrimenti troppo idilliaco, nella restaurata Tonnara, o, per essere più precisi, negli ex stabilimenti Florio delle Tonnare di Favignana e Formica. Richiamando Le Corbusier, che, dall'alto del Vittoriano, quando gli chiesero quale fosse il  più bel monumento che Roma offriva alla sua vista, rispose senza esitazione, e a ragione, il Gazometro, anche la Tonnara di Favignana è uno degli spettacoli più suggestivi che la Sicilia intera offre. Mi dispiace per la Villa del Casale, per il Teatro di Taormina, per la Cattedrale di Monreale, mi dispiace per Ragusa-Ibla, per l'oasi di Vendicari, per Cefalù, Caltagirone e la Val di Noto tutta, ma un luogo più bello della Tonnara non si è mai visto. Quasi totalmente rimessa a posto (e in quel "quasi" si annida un'ulteriore sfumatura di fascino, imprigionata nelle maioliche sbeccate accatastate in oscuri magazzini ancora in bianco e nero), è un superbo esempio di come l'archeleogia industriale sia in realtà il nostro umanesimo moderno, un passato le cui luci sono state lasciate accese e sono impossibili da spegnere. Abbaglia la maestosità del complesso, adagiato sul mare e protetto dalla montagna, come il leone che dorme nella gabbia, il leone assetato raffigurato all'entrata della fabbrica Florio e sulle latte del tonno, con gli archi delle rimesse delle barche che, illuminati nella notte, appaiono come fauci pronte ad aprirsi sul tonno distratto che passa tra le Egadi, pensando di trovarsi in un acquario.

I Saccardi dormono nella tonnara e dopo pranzo li passiamo a prendere per andare fare un bagno nell'acqua trasparente del Preveto, o per cospargerci di argilla a Cala Azzurra. E' un piacere tardo-estivo e tardo-adolescenziale, oltre che di tardo pomeriggio, sentirli parlare di cose folli, di persone pazze, di città invivibili, di notti estoni. Rinchiusi, senza chiavi, nella dorata prigione del tonno, splendida quanto si vuole ma allo stesso tempo inquietante da morire, con tutti quegli spazi vuoti, il rumore costante delle onde, le vasche della cottura, le ciminiere mute, i ganci del "bosco" appesi alle travi come le gabbie che pendono dalla facciata della cattedrale di Munster, tracce di un passato duro e ingrato come la pelle dei tonnaroti, popolata da personaggi esoterici come il vecchio custode che in tutta la sua vita non è mai uscito dall'isola, il curatore mistico, il responsabile satanista, i musicisti luciferini, i turisti dall'abbronzatura grottesca, se devono scegliere il tema dell'installazione con cui coronare la residenza, non possono che fare la scelta più estrema, la più siciliana. Di tutta la fase della produzione del tonno, dalla mattanza nel corridoio di mare che separa Favignana da Levanzo alla cottura e all'inscatolamento, il loro sguardo intriso di farsa e di tragedia, di arancine e religione, di sicilianitudine al burro, si sofferma sul momento più crudele, quello che chiamano la "camera della morte", che poi è anche lo spartiacque tra la cattura e la cottura, la sala dell'attesa del paradiso (o dell'inferno) dei tonni, l'ultimo residuo che rimane adagiato sul fondo dell'animo della Tonnara.

Nella Camera della morte dei Saccardi c'è la croce di San Pietro, protettore dei pescatori, la croce al contrario che solo apparentemente vuol essere blasfema, ci sono i demoni che tendono le reti in attesa che le anime dei visitatori ci finiscano dentro come tonni ignari, ci sono le vecchie porte originali della Tonnara recuperate in qualche buio deposito, ci sono i leoni che bevono, ci sono i simboli e i santini, i colori e le figure, gli occhi e le scritte, ci sono i jazzisti che suonano musica sperimentale e i visitatori che non capiscono l'arte contemporanea e i Saccardi che ballano con le loro amiche, c'è il simulacro di un tempio, del mare, della mattanza, c'è il divino, c'è la camera e c'è la morte, ci sono i tonni e il sangue e l'epifania di un rito che si perde nei secoli dei secoli, la nostra corrida, c'è l'oro e c'è il legno, c'è la fine di un'estate, l'ennesima estate (e la chiamano estate) e c'è tutto il resto, ma mancano le arancine. Forse perchè non si sono ancora decisi su quali siano le più buone di tutta Palermo, e bisogna parlarne un altro po', fino alla prossima estate almeno.