domenica 18 ottobre 2009

1999, o l'anno in cui è cambiato il mondo




E' difficile staccarsi da 1999, l'ultimo disco dei catalani Love of Lesbian, che più che un disco è in realtà un piccolo romanzo di formazione, il resoconto -molto letterario- di un anno chiave nella storia d'amore post-adolescenziale tra due ragazzi di Barcellona. E' difficile staccarsi perchè è un disco trascinante, nostalgico, emozionante, così come emozionante è la voce di Santi Balmes, cantante e autore dei testi, che con le sue parole è come se ci mostrasse la parete piena di polaroid della sua stanza di dieci anni fa. E' difficile staccarsi perchè ognuno di noi ha vissuto il suo 1999, ed allora ad ascoltare certe storie di grida, concerti, frangette, dischi, questioni di famiglia, fughe e finestre rotte vengono in mente altre storie, questa volte vissute, che pero' non hanno avuto nemmeno la consolazione della memoria in un disco così bello. In un'intervista, a domanda banale ("¿Cuánto de autobiográfico tiene el disco?"), Balmes risponde da campione: Yo diría que un 70 por ciento es autobiográfico y el resto es fantasía, como me hubiera gustado que fueran las cosas en un momento dado ¿no?. Ha ragione: per quanto si può essere felici in un certo momento storico, non si perde mai la consapevolezza di poterlo essere ancora di più, e allora anche il passato -soprattutto in un disco- è bello ricordarselo in parte per quello che è stato e in parte per quello che sarebbe potuto essere.

Il passato dell'universo di Santi Balmes si apre con l'impattante immagine di un eterno ritorno sul luogo del delitto sentimentale. Allì donde solìamos gritar è il ritorno, dieci anni dopo, alle panchine sopra il porto industriale di Barcellona, dove Balmes andava a gridare con la sua ragazza quando si sentivano inquieti. Quelle grida si sentono ancora, così come quelle panchine ancora conservano tutti i versi di Heroes, che avevano inciso al buio e senza pensare,  "con las faltas de un chaval". Dodici canzoni e dodici polaroid dopo, il disco si chiude con 2009. Voy a romper las ventanas, ovvero la consapevolezza che per quanto tempo sia passato, è inutile provare a dimenticare, perchè tanto non è cambiato niente; che è ancora presto per  rinunciare, perchè, come dice anche un mio amico di Pamplona, la malinconia è la felicità di essere tristi; e che soprattutto, rispetto a quegli anni, non siamo mai cresciuti, e non ci siamo mai equilibrati (e possibilmente, non lo faremo mai). L'ultima immagine fa allora il paio estetico con la prima: non sono più grida che fendono l'aria, ma sassi che rompono finestre, vetri che piovono, ricordi che ritornano:

"Voy a romper las ventanas
para que lluevan cristales,
ven a romper las ventanas,
ven a gritar como antes,
ven a romper las ventanas
y hacer del caos un arte,
voy a romper tus ventanas
y voy a entrar como el aire.."
 

Dieci anni fa c'erano finestre ben precise che avrei voluto rompere, per poterci entrare come l'aria. Stanze da letto ben definite, con la moquette per terra e i vocabolari di greco e latino sugli scaffali. Universi di lentiggini da esplorare. Senza la forza visiva presente nel disco dei Love of Lesbian, descrissi il mio 1999 (proprio quell'anno!) in un libro che si potrebbe definire -Cortàzar non si offenderà- di "realismo fantastico", perchè raccontavo una storia vera che in realtà non era mai esistita, o meglio, forse una storia di fantasia che in realtà, per me, sì che era esistita. Che poi, quando si racconta una storia, soprattutto se è la propria storia, è davvero così importante sapere se è successa davvero? Ci saranno sempre delle cose che non si possono raccontare, ed altre che è meglio aggiungere. Lo stesso Santi Balmes, rispondendo a tutt'altra domanda, offre una lettura su questo tema della sincerità. Siccome ha scritto i primi tre dischi in inglese e gli ultimi tre in spagnolo (rinnegando la scelta di cantare in un'altra lingua come un errore che nessun gruppo dovrebbe commettere), gli chiedono che ruolo ha per lui il catalano, di fatto la sua vera lingua madre:
 
"El catalán es nuestra lengua materna, es lo que hablamos en la furgoneta. Yo aprendí a hablar castellano a los cinco años. El problema que tengo yo con el catalán, que quizás lo debería de superar, es que al ser mi lengua familiar, me pongo más serio. Con tu madre no hablas de lo que hiciste anoche... me cambia mucho la configuración psíquica cuando hablo en una u otra lengua, es una pasada".

Ci sono lingue in cui è più facile parlare di sè stessi, perchè non sono la nostra lingua. Ci sono storie in cui è più facile identificarsi, perchè non parlano di noi. Ci sono ricordi in cui è più facile riconoscersi, perchè non sono i nostri, ma quelli che avremmo voluto vivere. Mi ha detto un amico che la ragazza con cui dieci anni fa avrei voluto gridare si è sposata la settimana scorsa. Gli ho risposto che, allora, la settimana scorsa si è definitivamente conclusa un'epoca. Quell'epoca iniziata nel 1999, che doveva essere l'ultimo anno del mondo e che invece -ora capisco- per me, come per Santi Balmes, è stato solo l'ultimo anno di un certo mondo, di cui oggi non rimane nulla, se non la certezza di averlo vissuto. Meglio così; se domani ritornasse, non saprei più come viverlo.

1 commento:

Nur ha detto...

bellissimo blog. mi sono subito af-feed-ata! :)