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giovedì 4 febbraio 2010

Essere il Sr. Chinarro (a Malaga, o dovunque)

Ci sono dei luoghi che possono definirsi solo come magnetici, perchè arriva un certo momento nella vita in cui la loro forza di attrazione diventa invincibile, e l'insieme dei frammenti che ne hanno contraddistinto la nostra conoscenza lontana si ricompone di colpo in un biglietto del treno ad alta velocità. Malaga è, per me, uno di questi luoghi. In principio fu il gusto del gelato con l'uvetta, etichettato durante l' infanzia come bizzarro e antiquato, a metà strada tra il puffo e la zuppa inglese nell'espositore del bar Piselli; poi fu la canzone di Fred Bongusto, ricordata da mio padre con esotismo (per la meta, che da ragazzo gli sembrava così lontana) e nostalgia (per gli anni passati); infine fu Antonio Luque, che aveva deciso di andarci a vivere. Come se non bastasse, mentre Madrid era sferzata dal vento gelato, mi arrivarono gli ultimi due segnali: un articolo dell'inserto dei viaggi de El Paìs che raccontava dell'elegante "Malaga degli inglesi" e, soprattutto, gli appunti della mia (futura) amica Cristina di un fine settimana riscaldato dal sole, dalla spiaggia e dalle alici alla brace, che iniziava come una coltellata alla schiena, ovvero lo specchio di quei miei giorni inutili e infreddoliti: "uno sale de Madrid con nieve (o lo que sea), un frío de la leche y tan mal cuerpo que cuesta creer que a menos de una hora en avión (insufrible, eso sí) se encuentre una tierra de viento soleado y terrazas amigables repletas de pescaítos, paellas y... gente!".

Chiesi in giro se era vero, se Malaga meritava tante aspettative, e le risposte unanimi dei miei amici furono un implacabile getto d'acqua gelata lanciato sul mio entusiasmo: è una città brutta, moderna, senza encanto, niente a che vedere con gli altri capoluoghi andalusi, Siviglia, Cordoba, Granaba, Cadice, meglio il fascino mùdejar della piccola Ronda allora, o il glamour di Marbella, ma non andare a Malaga. Ovviamente, non ho creduto a nessuno di loro. Non poteva essere un posto così triste. Me lo sentivo. La mia Malaga sapeva di gelato all'uvetta, di dolcezze sussurrate "in quella casa dal patio antico", delle atmosfere del Sr. Chinarro, di spiagge e pescaìtos fritos.  Stanco allora di girarci intorno, mentre facevo calle Zurbano avanti e indietro quattro volte al giorno, e di limitarmi a immaginare, per dirla con le parole di Cristina, "esa franja infinita de chiringuitos y playa, de lanchas de espetos siempre humeantes y paellas recién hechas, de pescaítos y perros reposados que es El Palo", aspettai che arrivasse Pasqua e che arrivasse Laura, e finalmente, con la sahariana, la camicia di lino e il mio miglior spirito colonialista, salii sul treno ad alta velocità (che anche per me l'aereo è più che "insufrible"), in picchiata verso il sud del paese, arso dalla curiosità di scoprire chi aveva ragione, se i miei amici o Fred Bongusto.

In realtà, non c'è neanche bisogno di uscire dalla stazione di Malaga per trovare una risposta. Basta scendere dal treno. L'aria marina che si respira già ad aprile. La luce. L'afa. Il ritmo della vita. I sorrisi. Le insegne. Il resto è una dolce conferma. L'accento del tassista. Gli edifici con l'intonaco rovinato. I negozi di ultramarinos. I nazarenos con il cappuccio nella mano che s'incontrano per il cammino, indaffarati a raggiungere la partenza della processione. La plaza de toros della Malagueta, soffocata dai grattacieli dozzinali. Le case inerpicate sul monte Victoria, protetto dal più alto Gibralfaro, villette semplici ma chic con le buganville in puro stile caprese. La maestosa alcazaba araba. Il profumo dei gelsomini. Il decadente terrazzo della camera dell'albergo a conduzione familiare. I glicini. La voluttà di sedersi ad aspettare il tramonto, con i capelli umidi, la brezza del mare, e tutta la città distesa a vista d'occhio. 

E' che ci sono due tipi di viaggiatori: quelli che viaggiano per turismo, e quelli che viaggiano e basta, e a Malaga, grazie al cielo, il turismo è riserva indiana dei pallidi europei del nord. E allora noi, belli, colti e abbronzati, calzando espadrillas colorate scendevamo a piedi verso il centro, tagliando per le scalette "che sembra di essere a Via Tragara!", inebriati dal profumo dei fiori e guidati da quello dei ceri, e dallo strato di cera che lasciavano sull'asfalto. Come Pollicino, ripercorrevamo la strada dei nazareni con la tunica viola e, dietro un angolo, sbucavamo nel mezzo di una processione, ci acquattavamo ai bordi e aspettavamo il passaggio del grande trono di legno e oro, con il Cristo sofferente o la Vergine misericordiosa, accompagnato dai passi degli uomini col cappuccio, seguito dai sorrisi timidi dei bambini, mentre gli spettatori ammassati con noi davanti al bar al bordo della strada chiacchieravano, ridevano, attendevano la confraternita di Antonio Banderas, sgranocchiavano pipas e bevevano tintos de verano, mischiando sacro e profano con la stessa nonchalance con cui, al bancone dei bar di Malaga, l'anice e il brandy si  mischiano per dare vita alla più divina delle bevande andaluse, il sol y sombra. D'altronde è Pasqua, e -chiedo un prestito al grande Clerici-  non poteva non esserci, nelle nostre giovanili avventure, nella nostra sporting life, la stagione delle processioni.

L'incenso si dissolve mentre il mare si avvicina, e il suo odore si lascia sopraffare dalle alici che abbrustoliscono sulla brace ricavata in una barchetta di legno abbandonata sulla spiaggia. La vecchia struttura decadente dei baños del Carmen, con le sue colonne ormai solo decorative a picco sugli scogli, ci accoglie con una birra sul tavolo di plastica rosso per riposare, dopo aver passeggiato per ore lungo il mare, attraversando i quartieri del Palo e del Pedregalejo, le loro umili casette colorate ad un piano a ridosso del mare "così Italia anni sessanta!", i ristorantini di pesce con i camerieri attempati, i chiringuitos con le sdraio, i cani senza guinzaglio, la gente rilassata, con la camicia nei pantaloni, la pancia e i capelli corti impomatati. Beviamo una manzanilla al Pimpi, la bodega simbolo della città, perdendo i sensi nel cremoso salmorejo, emblema di una qualità della vita senza eguali. Ci fermiamo a comprare pistacchi, uva passa ed enormi olive nella drogheria di un vecchietto senza età, lui e la drogheria, e le olive le pesca una per una in un barattolone di plastica pieno di salamoia, e sono buonissime, carnose, come un bacio dopo una corsa. Stremati, arriviamo alla fine della passeggiata come se fosse finito il mondo: la spiaggia muore davanti a un muro, un bar con i muri scrostati allunga i suoi tavolini fino all'acqua, l'aperitivo si fa a tutte le ore, una barca solca l'orizzonte, la luce del sole si riflette sull'acqua e, sdraiata sulla panchina, da un paio d'ore addormentata, ti guardo di sfuggita da sotto il libro di Ray Loriga, e il tuo collo, per dirla col Sr. Chinarro, è lo specchio delle fate.

Già, il Sr. Chinarro. Ero convinto che Antonio Luque vivesse a Siviglia, dove è nato e dove ha registrato tutti i suoi dischi fino alla recente svolta più pop de El fuego amigo, e invece un paio di mesi prima di perderci per Malaga ho la fortuna di conoscere al Cìrculo de Bellas Artes, glorioso edificio sulla Gran Vìa madrileña, durante un concerto di Darren Hayman, il mitico Jesùs Llorente, con il suo inconfondibile aspetto (più da nerd che da hipster) barba-occhiali-camicia a scacchi. Llorente ha per me le stigmate del santo e la fede del missionario, perchè fu lui, nel 1993, ad innamorarsi così tanto del Sr. Chinarro che decise di fondare una minuscola etichetta, Acuarela, solo per pubblicare i suoi primi oscuri, criptici, meravigliosi lavori. Oggi Acuarela è una realtà musicale affermata e Sr. Chinarro ha cambiato rifugio discografico, ma Jesùs e Antonio continuano ad essere amici, e quando mi avvicino al primo per chiedergli del secondo, mi racconta che l'ha chiamato nel pomeriggio per dirgli che il suo nuovo appartamento a Malaga, a due passi dal mare, è così piccolo che quando i vicini tagliano le cipolle a lui viene da piangere.

La nuova etichetta del Sr. Chinarro, Mushroom pillow, ha da poco ripubblicato tutti i suoi vecchi dischi, quelli che Antonio Luque non vuole più cantare, perchè, come spiega durante il bellissimo programma Mapa sonoro (quando in Italia qualcosa del genere?), mentre si fa tagliare i capelli nella peluquerìa Pepe (nella Malaga più pura),  "quando un regista fa un film al cinema si va a vedere solo quello, e non un collage con i suoi film più vecchi, e mi piacerebbe che fosse così anche ai miei concerti, vorrei suonare solo il disco nuovo". Comprarli, ascoltarli e leggerne i testi non è quindi solo un piacere, ma un vero e proprio imperativo morale. E' che il Sr. Chinarro non si ascolta, o almeno non solo quello, perchè il Sr. Chinarro si è, a Malaga, a Roma o dovunque, perchè altro non è che uno stile di vita. Sbaglia anche un famoso giornalista e scrittore, normalmente illuminato, che non poco peso ha avuto nella mia formazione letteraria, quando mi scrive "ridimensioniamo la cosa: Sr. Chinarro mi piaciucchia, ma non lo ritengo come fai tu il nuovo Bach-Beethoveen-Wagner-Puccini". Il punto non è quello; il punto è l'ineluttabile naturalezza di perdersi nelle sue frasi misteriose, ellittiche, apparentemente slegate, velatamente ironiche, aspre, poetiche, fantasiose, ridondanti di rimandi popolari e costumbristi, parole  magiche che acquistano nuovi significati, legate dal disincanto dei ricordi e dello scorrere quotidiano.

D'altronde, Luque lavorava in una fabbrica di merendine, era un quadro, con la sua espressione imbronciata, i suoi modi goffi, ed era insopportabile accettare di vivere una seconda vita da artista nel cono d'ombra della realtà, o viceversa, con gli impiegati da rimproverare che lo riconoscono e si confessano fan. Arrivano così i dischi duri, difficili e solitari dei primi anni duemila, La primera obra envasada al vacìo, El ventrilocuo de sì mismoCobre cuanto antes, che spiazzano e deludono la critica dopo i piccoli grandi successi degli album precedenti (El por què de mis peinados e Nosèquè noseècuàntos), perchè Luque rinuncia ai colori dell'acordeòn, delle tastiere, delle melodie dell'amico Belmonte e dei cori femminili, per tornare a fare tutto da solo, riempiendo le melodie scabre di chitarre petrose, nude, essenziali, che si rincorrono e si disperdono come il fumo dei ceri in movimento, come l'odore dell'incenso nelle navate della Manquita, la Cattedrale di Malaga, come cavalli sotto la pioggia, e adornandole con la sua prosa inafferrabile. Sono quelli i dischi da cui partire, perchè sono i più sinceri. Si disintegra il concetto di canzone (così come nel suo recentissimo esordio letterario, con i due racconti di Socorrismo, Antonio Luque ha ha fato lo stesso con le regole della narrativa), sono solo frasi che si susseguono senza una logica, brani che si susseguono senza un ritornello, dischi che si susseguono senza un singolo radiofonico.

E' un percorso interiore che conosce l'ironia ("las misses no sabràn que responder/Es Prusia un territorio o un farol de taxis libres?"), l'amore ("en el trampolìn de la piscina, desde el mes de junio abandonado, tu cuello es el espejo de las hadas"), la nostalgia ("no tienes ni idea del viento que soplaba"), l'assurdo ("Los domingos en el campo, la paella que se pasa al lado de otro drama forestal/Yo no hice nada, tengo el coche lleno de latas de Fanta machacadas"), le visioni quotidiane, che abbiano un senso oppure no (vestiti macchiati d'olio, chipirones alla plancha, cani che si perdono nei parchi o nei parcheggi del Burger King, case sepolte dalla vegetazione, finali di canzoni perdute, ananas che cadono sulla spiaggia..) e si trasforma, si sublima in un linguaggio universale da cui, una volta che si riconosce come proprio, non si può più tornare indietro. E allora io sono il Sr. Chinarro, come sono Aki Kaurismaki, come sono Robert Rauschenberg, perchè le loro opere sono il mio modo di affrontare la vita e la mia vita è nelle loro opere, e io questo gliel'ho detto ad Antonio Luque, nel bagno di un club minimalista di Pamplona, dopo un suo concerto, ma chissà se l'avrà capito, mentre si lavava le mani, e mi regalava un foglietto con il testo di una canzone inedita.

Alla fine dei giochi, allora, ha ragione lo scrittore peruviano Sergio Galarza, quando racconta che la sua ragazza lo chiama "el Sr. Tristarro, dice que no hay tío que cante más triste como él", mentre per lui, in realtà, "es más melancólico que otra cosa", perchè Nikolas lo insegna, la malinconia è la felicità di essere tristi, e niente lo è più del Sr. Chinarro, più di Malaga, più di questa vita. Anche Fred Bongusto aveva capito tutto, già dal 1963: "Il mio amore e' nato a Malaga Malaga Malaga/Il mio cuore resta a Malaga Malaga Malaga/In quella casa dal patio antico/quante dolcezze ti ho sussurato/In quella notte di grande fiesta/io ti ho donato il mio cuor tutto l'amor". Io ci ho messo un pò più tempo, ma il risultato è stato lo stesso, perchè appena ho conosciuto Malaga, anche il mio cuore è rimasto lì, e un giorno, quando saprò cosa farmene, andrò a riprendermelo, magari in una canzone del Sr. Chinarro.

domenica 4 ottobre 2009

Non arrivarono avvoltoi, perchè anche loro erano morti


Non è raro nè indolente fermarsi ad osservare, di tanto in tanto, la piccola biblioteca o la collezione di dischi o l'insieme delle immagini appese alle pareti della propria stanza e domandarsi che cosa lega tra loro quei nomi, quei titoli e quei volti che, come scriveva lo scrittore e filosofo messicano (ma nato a Firenze) Alejandro Rossi, per sè stessi non sono altro che "objetos sin historia, que nos rodean de soledad". Non è raro nè gratuito aprire gli scatoloni polverosi pieni di oggetti che ci si è portati dietro da una città lontana e domandarsi che cosa, al di là dei singoli oggetti, si è effettivamente preso, ed appreso, in quell'altro mondo, ormai scivolato via come spremuta d'arancia tra le mani. Non è raro nè nostalgico pensare alle carcasse che si sono disseminate in altri paesi, in altre vite, nel proprio passato e domandarsi che cosa pensava Antonio Luque quando nella pagina interna del suo primo disco (Sr. Chinarro) scriveva "no acudieron buitres, pues tambièn habìan muerto", e se aveva ragione.

Ciò che è raro e, in fondo, inutile, è dare delle risposte certe a queste domande. Meglio, molto meglio, lasciare che l'inquietudine ricostruisca il percorso a ritroso, limitandosi ad accompagnare i passi come il battito delle mani accompagna un flamenco gaditano. Meglio, molto meglio, lasciare che poco alla volta indizi confusi, associazioni fugaci e casualità esistenziali suggeriscano i nostri contorni, tracciando le linee verosimili, malinconiche e senza troppe ambizioni delle tante cose che ci sono passate per la testa e per le mani. Sempre Alejandro Rossi, nel suo imperdibile Manual del distraìdo (editore Anagrama, 1980), parlando di come affrontare proprio il suo libretto, ci offre una chiave di lettura molto più generale, applicabile non solo alla letteratura, ma ai viaggi, agli incontri, alla vita stessa: "Lèelo, si es posible, como yo lo escribì: sin planes, sin pretensiones còsmicas, con amor al detalle". D'altronde, quello di pensare che dietro a tutto ciò che ci circonda ci debba essere necessariamente un senso puntuale, che la nostra intelligenza è chiamata a disinnescare, pena una terribile e indifesa ignoranza, non è un tratto naturale di qualsiasi carattere; anzi, è più che legittimo non assegnare alcun significato profondo ai propri gesti e all'interpretazione dei gesti degli altri. Tuttavia, quando tale inquietudine latente esiste, essa costringe a interrogarsi criticamente su ogni aspetto della propria vita, dal film appena visto al silenzio di una ragazza lontana, dalla ricetta del salmorejo alla panchina del giocatore apparentemente più talentuoso della squadra. Questo morbo, di cui Rossi -che ci ha lasciato appena qualche mese fa- si confessa felice vittima ("Pero que soy una persona que piensa, lo puedo jurar. Todo el dìa, desde que me despierto, pensar es una actividad que practico con desesperaciòn y desgano"), lo stesso autore lo esprime attraverso le riflessioni di Georg Christoph Lichtenberg, scienziato, scrittore e filosofo tedesco del diciottesimo secolo:

"Uno de los rasgos màs singulares de mi caràcter es ciertamente la extraña supersticiòn que me lleva a extraer una significaciòn de cada cosa y en un dìa transformo a cien objetos en otros tantos oràculos".

Scorre dunque sotterraneo il riconoscimento che gli oggetti e le persone che ci attraggono e di cui ci appropriamo durante le varie fasi della vita si riflettono su di noi, e con i loro influssi contribuiscono ad orientarci verso una certa direzione, che solo apparentemente ci sembra di aver scelto. Avvicinarsi a un certo stile altro non è, dopo tanti pensieri, che il risultato della raccolta delle cose e delle persone che abbiamo trovato e, nel tempo, lasciato per strada, nella speranza di aver trovato e lasciato bene. A questo proposito, spiegava Julio Cortàzar al suo intervistatore durante una lunga puntata del 1977 di A fondo, il leggendario programma della TVE che in quegli anni aprì le porte della televisione ai più influenti scrittori di lingua spagnola di questo secolo, che se uno ha delle cose da dire e non le dice nel modo che sente essere l'unico modo per dirle, allora è come non averle dette o averle dette male. Questa è l'importanza di cercare e trovare il proprio stile, per immunizzarsi di fronte alla paura di non poter vivere tutto ciò che capita di interessante nel modo in cui si vorrebbe viverlo, per respingere l'inquietudine che raffiora quando ci si rende conto di non essere felici quanto si potrebbe esserlo, e spinge ad iniziare altri quattro libri quando quello che si sta leggendo, in realtà, non è che sia così noioso.
Tuttavia, questa foga di conoscere, di accumulare, di sperimentare, tanto in libreria come al bancone del bar, è l'unica strada percorribile per educare la propria sensibilità, pur accettando sin dal principio la premessa che la vita, come avverte Nacho Vegas in La pena o la nada, "es parte buscar placer, y parte hallar dolor", anche se tra il niente e il dolore è sempre preferibile il secondo. Perchè se alcune cose le abbiamo a portata di mano, altre ci accompagnano come ricordi e molte altre ancora sono invece solo delle carcasse, sulle quali neanche più volteggiano gli avvoltoi, perchè sono morti anche loro. Ma tutto ciò serve a darci uno stile, che non può che mutare ed evolversi al mutare ciò che ci circonda. Non a caso, con queste parole si conclude uno dei tanti brevi capitoli che formano Nocilla Dream, il sorprendente romanzo d'esordio, marcatamente postmoderno, che Agustìn Fernàndez Mallo, fisico e poeta galiziano di spiccato aspetto indie, ha pubblicato nel 2006:

"De ahì que el "yo" consista en una hipòtesis inamovible que al nacer se nos asigna y que hasta el final sin èxito intentamos demostrar".

Non a caso, perchè Nocilla Dream, pubblicato -coraggiosamente- in Italia da Neri Pozza con il titolo Il sogno della Nocilla (ovvero, l'autarchica Nutella spagnola), non è un romanzo ma un insieme di stralci, soprattutto iniziali, di storie vere e storie inventate in cui realtà e fantasia spesso si intrecciano, permettendo a volte di ricostruire i loro antecedenti o di immaginarsi il loro prosieguo, e altre volte no. Ovvero, nient'altro che la stessa fenomenologia di esperienze che si ripete nella vita. Coglie bene lo spirito di quest'opera bizzarra un articolo dell'Unità, secondo cui il lettore "si accorge, spaesato divertito sospettoso, che il mondo non è fatto di cose stabili ma dei significati che vengono dati di volta in volta alle cose". E infatti, "è davvero impossibile riassumere Il sogno della Nocilla, perchè le molte storie che Mallo racconta hanno senso solo in un insieme in cui la storia della prostituta che sta in un bordello al limite del deserto del Nevada, e quella del venditore di disegni per tombini, e quella dell'uomo che costruisce a Las Vegas un monumento forse geniale forse incomprensibile a Borges, combaciano tra loro solo come storie strappate: letteralmente lacerate come pezzi che per avere un senso devono unirsi ad altri pezzi di vita, ad altri frammenti di mondo". La conclusione è che Nocilla dream è "un disperato e euforico atto di amore verso il paesaggio di rovine lucenti del post-contemporaneo, un luogo ancora senza nome ma in cui già abitiamo tutti senza saperlo".

Il cerchio si chiude, perchè Fernàndez Mallo, nella concisa biografia che accompagna il risvolto del suo libro, si dichiara "fan de Sr. Chinarro", come lo sono io. Addirittura, in un articolo dello scorso maggio dedicato dal quotidiano Pùblico ai "musicisti che scrivono come poeti", lo stesso autore ritiene al riguardo che, sebbene si possano salvare frammenti di varie canzoni, non manca qualche esempio di canzone che può considerarsi interamente come un'autentica poesia: "no hay muchas, pero una canción que creo que funciona toda ella como poema es Escapa amanecer, de Sr. Chinarro", proseguendo poi l'articolo che "curiosamente, casi todos los poetas consultados han mencionado a Antonio Luque, el nombre real de Sr. Chinarro, como uno de los letristas -alguno lo llamó poeta- más destacados en la actualidad". Il cerchio si chiude, perchè Escapa amanecer, una delle canzoni meno conosciute e più dolenti del Sr. Chinarro e, allo stesso tempo, una delle mie preferite, guardacaso fa parte proprio del primo disco del gruppo di Antonio Luque, quello degli "avvoltoi che non arrivarono, perchè anche loro erano morti". Ho pensato tante volte a cosa vuol dire questa frase, osservando i cactus arsi dal sole fotografati nella copertina del disco, ascoltando la storia "strappata" del niño calamar, e per fortuna non l'ho ancora capito.

domenica 11 gennaio 2009

Inno ad Antonio Luque, il Sr. Chinarro ("Y en cualquier desfile, mi paso cambiado siempre irà")


Sono passati quindici anni e dieci album dall'esordio discografico di Antonio Luque con lo pesudonimo del Sr. Chinarro e, come lui stesso racconta in un'intervista a El Paìs-Madrid (concessa in occasione del concerto di ieri sera nella capitale spagnola), il suo graduale incremento di successo lo ha colto un po' di sorpresa ("Noté que, de repente, empezaba a venir más gente a los conciertos y que recibía más atención en los medios. Pero todo en una escala normal, no me he hecho rico ni muchísimo menos"). In realtà, l'unica cosa che veramente coglie di sorpresa, è pensare a quanto l'autore sevillano sia, tutt'ora, sottovalutato, tanto in patria come all'estero. Perchè una cosa va detta subito: se Morrissey fosse nato a Siviglia, si chiamerebbe Antonio Luque. E d'altronde, il mondo si divide in due in categorie: chi ama il Sr. Chinarro, e chi non lo conosce. Tertium non datur.

In questi anni, soprattutto Rockdelux -la rivista spagnola Bibbia della scena musicale (più o meno) indipendente, che lo ha sempre portato in palmo di mano- ha contribuito a formare il culto sotterraneo per Antonio Luque, le sue canzoni lineari, il suo tono di voce grave, i suoi testi peculiari; a farlo diventare un autore di riferimento per un'intera generazione cresciuta con Radio Nacional 3; a creare un vero e proprio mito intorno alla sua figura introversa, lontana dai centri mediatici del paese, affatto piaciona (tra gli altri, Agustìn Fernàndez Mallo -il più importante caso letterario spagnolo degli ultimi anni con l'interessante e post-moderno "Nocilla dream"- dichiara di essere un suo fan già nella quarta di copertina del suo libro, come se indossasse una spilla sul cardigan). Ricordo una sua intervista alla televisione in cui diceva che la gente a volte si sorprende per la sua ordinarietà quando lo incontra, magari su un palco, per la prima volta, ma che lui è fatto così e non ha intenzione di cambiare, perchè non c'è bisogno di avere un aspetto da musicista per essere un musicista. In effetti, Luque sembra uno che lavora in un negozio di dischi, piuttosto che uno che i dischi -meravigliosi- li compone. E non è un caso che fino a pochi anni e dischi fa, ancora lavorasse in una fabbrica vicino Malaga, dove orgogliosamente vive, a due passi dal mare.

Senza esagerare, ho sempre pensato che Sr. Chinarro è quanto di meglio esiste nella musica europea attuale. Questo per l'altissima qualità media delle sue produzioni, per il costante miglioramento che cela ogni nuovo lavoro, per una traiettoria umana e musicale che non ha mai avuto bisogno di scendere a compromessi con l'industria culturale e con i gusti del pubblico, forte dell'intensità, della bellezza e dell'ineguagliabilità delle sue canzoni. In un'epoca in cui i fenomeni musicali del momento sono esposti sulle copertine delle riviste a cadenza mensile come fossero le nuove offerte del menù di Mc Donald's, per poi essere dimenticati il mese successivo; in cui bastano tre canzoni perchè un gruppo sia proiettato nell'Olimpo dei grandi, finchè non arriva un nuovo gruppo i cui elementi hanno la faccia più scazzata, i cardigan più lisi, i jeans più corti, le montature degli occhiali più vistose, gli arrangiamenti più trascurati, e ovviamente titoli più piacioni; in cui i dischi si montano con i tre singoli radiofonici che tutti conoscono e il resto sono canzoni di qualità molto inferiore; in un'epoca così superficiale, non si può resistere al fascino del Sr. Chinarro, alla sua apparente immobilità, alla sua continua ricerca personale, alla sua caparbietà nonostante l'ostracismo della corrente, all'intensità, intelligenza e profondità del suo linguaggio e delle sue immagini; alla sua sincera dedizione al proprio lavoro. La grandezza del Sr. Chinarro è nei suoi dischi e nelle sue canzoni perfette, dove non manca nulla e dove nulla è di troppo. Se dovessi fare un parallelismo con il mondo del cinema, allora penserei ad Aki Kaurismaki, anche lui quanto di meglio esiste nel cinema europeo attuale, e per gli stessi motivi: coerenza poetica, alta qualità media delle produzioni, sincerità, privilegio della nuda forza delle immagini. O parlando di arte, la mente corre al grande Antoni Tàpies.

Che poi, c'è da scommetterci: lo stile introverso, personale, sobrio, tremendamente originale di Antonio Luque finirà per influire, in maniera cangiante, sui futuri esponenti della scena musicale indipendente spagnola, che, in un modo o nell'altro, non potranno non fare i conti con lui - un po' come è successo nel Regno Unito con la figura di Jarvis Cocker, o in Italia con Fabrizio De Andrè.
Alla fine dei giochi, e paradossalmente, l'unico a non essere pienamente contento della carriera musicale del Sr. Chinarro è proprio Antonio Luque. Non c'è occasione in cui non ricordi al suo interlocutore la difficoltà di suonare, se non proprio di riconoscere, le canzoni dei suoi primi (sette) dischi (quasi tutti pubblicati con l'indipendente Acuarela), e la svolta che ha significato nel suo percorso il disco "El fuego amigo", del 2005, non tanto a livello di contenuti, quanto per qualità della e risorse impiegate nella registrazione. Indubbiamente, gli ultimi tre dischi suonano "meglio", se si vuole più pop, e se questo non è certamente un peggio (come purtroppo amano ragionare, piuttosto acriticamente, in molti, pensando che per fare le recensioni indie bisogna darsi un tono impiegando la stessa futile alterità modaiola dei gruppi recensiti), non è di per sè neanche un meglio, e allora fa tenerezza ascoltare Antonio Luque che quasi sembra giustificarsi per il suo passato più lo-fi:

"A mí me gustaría que Chinarro fuera un grupo con tres discos y que Ronroneando [l'ultimo disco] fuera el tercero. Quizás debería haber cambiado el nombre. Yo nunca fui rocker, ni mod, ni nada, y me inventé un grupo en el que me escondía haciendo letras en ocasiones demasiado raras. A algunos les siguen gustando, pero con la mayoría de las canciones de mis primeros discos me siento un poco ridículo. Sería un anacronismo si intentara tocarlas ahora".

Chiunque, a voler scovare nel passato, ritroverà gesti, parole, camicie, ragazze che faticherà a riconoscere, e proverà quel sentimento a metà tra la malinconia e il ridicolo che genera la visione di un rullino di foto uscito all'improvviso da un certo ripiano del salotto. E questa sensazione è puramente soggettiva, perchè non serve a nulla che gli altri ci rincuorino sulla bontà di quelle esperienze. Allo stesso modo, è giusto ed è normale che ad Antonio Luque non gliene importi nulla se ai suoi tifosi le vecchie canzoni piacciano ancora. Sul palco ci sale lui, e deve poter cantare quello che gli piace. Per la nostalgia dei fan ci sono sempre i dischi.
Nonostante ciò, non si può negare che il Sr. Chinarro ha sempre disseminato in tutti i suoi album, a partire dal primo, canzoni che meriterebbero a pieno titolo di essere inserite nella scaletta di ogni suo concerto (basti pensare a "El idilio" del 1998, che rimane una gemma ineguagliata). Per questo motivo, ieri sera, l'unico peccato di un concerto fantastico, teso, preciso, intenso, è stato l'assoluto oblio in cui il suo memorabile passato è stato relegato (a parte la monumentale "Quiromàntico" del bis). Dico peccato, perchè rimane la nostalgia, se non la curiosità, di immaginare quelle canzoni -che non si ascolteranno più dal vivo- suonate in maniera imperfetta in qualche fumosa sala da concerto di Siviglia, mentre tramontavano gli anni novanta e l'Andalusia non sapevamo neanche cosa fosse, intenti com'eravamo a scoprire come cazzo si arrivava a quella festa di diciott'anni all'Olgiata.